Alamar
Un film low budget che mescola documentario e finzione. Jorge, pescatore trentenne, e suo figlio, Natan, di 5 anni, trascorrono una breve vacanza, prima che il bambino raggiunga definitivamente sua madre in Italia. Si recano in una piccola comunità che vive in un villaggio di palafitte al limite di una barriera corallina incontaminata: il Banco Chinchorro, una riserva naturale marina, sulla costa di Mahahual, nella penisola dello Yucatan. I due vengono ospitatati da Matraca, l’anziano padre di Jorge, pescatore con metodi tradizionali. Ogni giorno il vecchio li conduce in barca. Si immergono con le maschere e catturano aragoste e altri crostacei, oppure pescano con le lenze una grande varietà di pesci. È una vita semplice e apparentemente ideale. Natan scopre la natura e impara a conoscere gli animali. Il film contiene sia un’elegia limpida e toccante riguardante la relazione padre-figlio e l’importanza di un’infanzia libera sia una difesa appassionata dell’integrità dei paradisi naturali superstiti. Lo sguardo di González-Rubio è intrinsecamente genuino e mai banale. La scelta dei particolari inquadrati offre spesso la visuale del piccolo protagonista. Ne deriva un’atmosfera sospesa, con effetti semimagici, profondamente vera e vagamente surreale al tempo stesso.
